"Giacomino andò a New York" un'avventura finita male nel romanzo di Sandro Simoncini

22.03.2013 19:07

 

Sandro Simoncini è un professionista affermato: architetto colto e raffinato. Ma è anche sorprendentemente uno scrittore prolifico. Nel giro di pochi anni ha dato alle stampe ben due narrazioni lunghe, tutte giocate sull’autobiografico trasfigurato dalla felice voglia di raccontare: “La vera attesa” del 2010 e “La so io la strada del 2011”. Ora è la volta di un romanzo vero e proprio: “Giacomino andò a New York”, volume corposo, di ben 365 pagine, volume soprattutto intrigante per il dipanarsi di una storia inventata ma si tratta di un’invenzione perfettamente rivestita di veridicità se non di verità, così da assurgere ad essere affascinante e straziante metafora della vita.

La vicenda ha per protagonista Giacomino Bernardi, nome e cognome coerentissimi con la storia raccontata, essendo nato a Berzo Demo dove è cresciuto, da dove si è allontanato e dove è ritornato. Il romanzo infatti si articola, oltre che in una “Introduzione” e in “Corsivo”, in ben quattro parti, la prima e la quarta delle quali si intitolano “Armonia”, la seconda “Andare” e la terza “Ritornare”. Non credo sia una banale ripetizione il titolo apposto alla prima e quarta parte perché esso segna il punto di partenza e di ritorno, apre il cerchio del racconto in Berzo Demo e in Berzo Demo lo chiude, come a dire che non si sfugge e non si fugge dal proprio destino: si parte per ritornare sempre alla terra madre, alla propria Itaca: è fatale.

Ovviamente non voglio raccontare nulla della trama, del contenuto del romanzo per non togliere al lettore la curiosità, il piacere, il gusto e la trepidazione che accompagnano la lettura dalla prima all’ultima pagina. Mi limiterò a qualche osservazione per così dire di contorno.

Anzitutto vi è in Simonicini una straordinaria capacità descrittiva di luoghi e di situazioni e quindi di esperienze. Nella prima parte si tratta dei monti “noti solo a chi è cresciuto tra loro”, per dirla con il Manzoni, delle abetaie, dei prati, delle malghe, delle viuzze del paese, dei personaggi che via via si affacciano sulla scena: sono tutti luoghi e volti che l’autore conosce benissimo e che utilizza sapientemente e con il sottile impercettibile sottofondo del rimpianto e forse anche della nostalgia perché sono stati i volti e i luoghi che hanno segnato la sua infanzia. Ed è una sigla tipica dello stile di Simoncini essere sempre in bilico tra la nostalgia dell’animo e lo stupore della mente che sconfina nella magia. Tutto questo per dare spessore, credibilità al suo racconto, ancorandolo in un tempo ed in uno spazio ben definiti e circoscritti. Fin qui, verrebbe da dire, tutto naturale ed in un certo senso scontato. Ma questa spiccata attenzione all’ambiente (inteso come tempo e spazio) e alla sua minuziosa descrizione si ritrova anche nelle pagine dedicate alla temporanea permanenza di Giacomino a New York, prima che raggiunga il suo posto di lavoro e di studio nella prestigiosa università di Yale. Ebbene anche qui, sul girovagare di Giacominio nella grande metropoli, l’autore ci dona pagine descrittive impressionanti sui grattaceli, sulle Torri gemelle, sui grandi parchi, sulla strade e sui ponti che come sistema cardiocircolatorio attraversano e irrorano la città. E poi ci sono i famosi musei che fanno di New York un luogo privilegiato dell’arte e della cultura mondiale. Ci sono i negozi multicolori, luogo d’incontro di tutte le razze umane. Se qualcuno, per qualsiasi ragione, anche turistica, dovesse fare un viaggio a New York, prenda con sé il libro dell’architetto-scrittore Simonicini. Gli farà da ottima guida, seguendo i percorsi di Giacomino. Quando questi ritorna nella sua valle, in fuga disperata perché ricercato da carabinieri e guardie forestali per essere stato artefice di un clamoroso gesto di protesta nato all’interno di un animo esacerbato nel constatare gli scempi urbanistici della sua valle, l’autore, pur nell’incalzare della situazione, non abbandona il suo gusto narrativo-descrittivo che si riversa sui grandi monumenti dell’arte camuna, sulle chiese romaniche di Capodiponte, sul convento dell’Annunciata, sulle rocce istoriate di Naquane e naturalmente sui monti innevati che nella notte risplendono come bianche vele nel vento e nel silenzio della luna.

Altro aspetto sorprendente è dato dall’impasto, dall’incontro tra cultura camuna e cultura americana. La prima parla il linguaggio dei padri e degli antenati, il dialetto, esprime la saggezza antica di chi dalla propria terra non si è mai staccato e il dialetto ne è il cordone ombelicale. La seconda si insinua con naturalezza nelle pagine del romanzo, continuamente costellate e sottolineate da colonne musicali che tutti i giovani conoscono, ad esempio “A Whiter Shade of Pale” di Gary Brooker, Keith Reid e Mattew Fisher, oppure “A Horse with No Name” di Dewey Brunnel, e ancora “Our House” di Graham Nash.

Ma quest se indubbiamente è un pregio, porta con sé anche il rischio di essere un limite, perché rallenta e non di poco il ritmo narrativo, l’incalzare dell’azione. Sia detto con la massima cordialità e simpatia. A volte le pagine assumono più l’apparenza che è propria delle guide turistiche o, meglio, delle divagazioni turistiche, certo sempre condotte con conoscenza di causa. Mi rendo conto che è difficile, se non impossibile, nell’economia complessiva del romanzo, separare azione e descrizione. Ma credo che non sarebbe stato un danno almeno prosciugare un poco e riportare la descrizione dentro la trama e i sentimenti del protagonista, e cioè di Giacomino, affidando il tutto più intimamente alla sua meraviglia, al suo incanto contemplativo, alla sua spiritualità.

Spiritualità: è un termine molto impegnativo. Ma appropriato se si legge tutta la vicenda di Giacomino come metafora di una vita straordinariamente dotata eppure assetata di giungere ad un fine che sia la ragione profonda delle nostre esistenze e della nostra civiltà, di questa nostra civiltà del benessere sprecato in cui siamo immersi fino a collo con danni incalcolabili per le future generazioni. Giacomino è uno studente brillante, ha un curriculum universitario di prim’ordine, con una borsa di studio diventa in terra americana un cervello così fine da risolvere un’equazione impossibile ai luminari di laggiù. Ritorna improvvisamente nella sua Valle. La trova sfigurata. Non è contento. Anzi è in rivolta. Le vicende del racconto si intrecciano con i suoi veri quanto labili amori, fino a ritrovare il primo amore della sua vita che sarà anche l’ultimo. Nella sua fuga solitaria lungo il piano ed i monti della sua Vallecamonica finisce anche al convento dell’Annunciata e qui instaura un dialogo sui grandi temi della fede. Nelle notti freddissime d’inverno entra in tacito stupito dialogo con l’incanto del creato. Insomma Giacomino, pur baciato dalla fortuna, non è contento. È sempre in fuga da se stesso, alla ricerca di quella risposta che gli manca o almeno gli sfugge. Appartiene alla categoria delle anime semplici e nobili, «non più pure e non anocor peccatrici», che non accettano e non accetteranno mai la banalità. Ecco se c’è una morale nel romanzo di Sandro Simonicini, è proprio questa: non facciamo della banalità la nostra tomba. La neve che accoglie il corpo d Giacomino è il bianco lenzuolo della risurrezione che in un certo senso, e questa volta non metaforico, è anticipata nel bambino che lascia alla sua Gloria e ai suoi genitori diventati nonni. Si chiama Andrea, lo stesso nome del piccolo Andrea nato in casa Simoncini il 26 maggio 2007.

 

Eugenio Fontana