La maestrina di Mario Rodondi

12.08.2012 12:08

L A   M A E S T R I N A  

L’avevamo  deciso da molto tempo quel giro  in bicicletta.  Era ancora il mese di luglio quando io e il mio amico Gastone ne parlavamo.  Avevamo deciso di farlo ai primi di Ottobre per evitare la calura della piena estate. 

Partiti in bicicletta da Brescia, volevamo arrivare a Sant’Antonio nel Parco Naturale appena sotto l’Aprica. Faticammo a pedalare per i primi chilometri, ma quando fummo a Provaglio d’Iseo i muscoli si erano finalmente schiodati e l’assetto sulla bicicletta era diventato una posizione naturale , quasi di riposo.

Pedalando soavemente sulla strada poco trafficata che costeggia il lago, ci compiacevamo degli ultimi turisti che si godevano il sole non ancora estenuato.

Raggiungemmo la gelateria di Salemarasino, quella proprio di fronte all’imbarcadero  e ci venne voglia di fermarci per un gelato. Con un cenno d’intesa , scendemmo appoggiando le biciclette al muro. Sorbito il suo cono,  senza dir nulla Gastone pagò e partimmo alla svelta.  Il tempo stava cambiando e dopo qualche chilometro pioveva a dirotto. A Pisogne, con il fango in bocca e negli occhi che bruciavano, Gastone mi chiese: - Sei stanco?

- Un poco.

- Però non dobbiamo rallentare .

Era robustissimo, con le braccia scure e pelose come i polpacci . L’avevo conosciuto quando andavo a scuola; parlava poco e perciò mi piaceva.  Io ero meno robusto di lui, ma potevamo compiere la stessa fatica. Ci fermammo a mangiare un panino a Malonno, all’osteria chiamata “Eternità” .  Ci consigliarono di aspettare a partire perché presto avrebbe smesso di piovere. Intanto si fece freddo e quasi buio .  Dopo Edolo la nebbia ci avvolse cosi’ fitta   che per badare alle macchine bisognava fermarsi per capire da dove venisse il rumore.

Alle prime case di S.Antonio domandammo dove si potesse mangiare .  Ci risposero: - Più in là troverete un’osteria.

Appena passato un ponticello, dietro una svolta, c’era l’insegna di un’osteria , di quelle ancora in ferro, arrugginita ed appena rischiarata da una debole lampada nuda. Entrai per primo.  Nello stanzone c’era un gran camino acceso che mandava il bagliore del fuoco; al soffitto invece una fioca lampada macchiata dalle mosche; al centro un unico tavolo con ai lati due panche imbottite. Seduti sulle panche uomini in tenuta di lavoro attorno a un fiasco e bicchieri pieni. Dovevano essere boscaioli.

-       Possiamo cenare ?

-       Se si accontentano perché c’è ben poco.

-       Avete del brodo e un po’ di carne?

-       Certamente, ma non solo. Abbiamo uova, salame, formaggio ….

Uno di quegli uomini  intervenne quasi gridando : - E pane!

Gastone  mi disse sottovoce, dandomi una gomitata: -Domanda se c’è  da dormire.

Ma il padrone, avendo udito, rispose: - Si’. Portate dentro le biciclette appoggiandole al muro là in fondo e poi accomodatevi a tavola, c’è ancora posto. Il lavabo è dietro la tenda.

Gli uomini guardavano le biciclette e nascondevano una gran voglia di motteggiare. Accanto a noi al fondo della tavola c’era un posto libero e io chiesi, tanto per attaccar discorso :

- Qui chi ci mangia? Se non deve venire nessuno possiamo stare meno stretti.

 Uno, dopo aver bevuto senza staccare gli occhi da me finchà teneva il bicchiere alla bocca, rispose: - Ah, è il posto per la maestrina.

 Tutti fecero una risata , ma poi si misero a parlare fra di loro, di cose loro.

 Gastone esclamò: - La maestrina? Speriamo che sia bella !

-       Speriamo – risposi  sorridendo - quando si mangia ?

-       Il pane, per favore – gridò Gastone.

Il padrone si era appena mosso per portarcelo quando la maestrina entrò. Senza guardare nessuno, recitò un impacciato  “buona sera” e si diresse al suo posto a tavola.  Nessuno le rispose. Appena ci scorse arrossì e si sedette voltandosi subito dall’altra parte.

Noi la salutammo col tono più cordiale possibile .  Lei diede un’occhiata agli altri della tavolata e rispose con la testa sul piatto : - Buona sera! – e fini’ di accomodarsi per non sgualcire la gonna.

Aveva posato accanto alla forchetta la rivista “Scuola Italiana Moderna”, ancora dentro la fascia; e siccome sopra c’era l’indirizzo stampato su una strisciolina rosa , la voltò dall’altra parte.

Non era brutta: aveva i capelli sottilissimi e morbidi, quasi senza nessuna pettinatura ; e il collo lunghetto e bianco; piuttosto magra. Aveva gli occhi azzurri e cos’ tristi che parevano scuri. Cominciò a spezzare il pane, appallottolando della mollica sulla tavola.

Gastone mi sussurrò: - Non infastidirla!

- Oh, no! Ma bisogna parlarle. Non vedi che gente che ha qui intorno?

- Aspetta almeno un po’ .

Dopo il brodo e in attesa della carne le chiesi: - Lei insegna in questo paese ?

Prima di rispondere, parve chiedere il permesso agli altri e, quasi con pena, preoccupata di loro, mi disse : - Da due mesi .

- Ci sta male, non è vero?

- Se avesse pianto la sua voce non sarebbe stata più accorata.

-       Abbastanza.

 Non si fidava del tutto a parlare con noi, ma le faceva piacere; e, forse per la prima volta, ebbe come un sussulto a guardare quella gente cosi’ silenziosa e maliziosamente ostile con lei.

 “ Eppure – pensai - devono essere i genitori dei suoi alunni !”

Gastone intervenne con tono molto amabile: - Viene da lontano?

 -  Da Avellino.

Incominciò a mangiare, intimorita tutte le volte che pareva parlassero di lei.

Allora tacemmo.

Il padrone, uscito un istante, annunciò: - Piove ancora, ma presto sarà neve.

- La neve ?

- Nevicherà fino a domani mattina .

 Scherzando detti un pugno sulle spalle di Gastone e dissi: - Domani mattina sarà gelo !

La maestria cavò dalla fascia la rivista e si mise a leggere.

Allora potei conoscere il suo nome di abbonata e lo dissi al mio amico:- Si chiama Assunta.

Gastone mi sussurrò : - Lasciala stare.

Ma io chiesi alla maestrina: - E’ una rivista didattica?

Lei la guardò, rigirandola tra le mani, come se la vedesse per la prima volta e rispose:

 - Sissignore.

- E libri ne legge ?

Sorrise: - Qualcuno. Me li sono portati da casa.

- Romanzi?

- Sissignore.

La sua voce pareva  un fruscio; e si rimise a leggere.

- Non vuol dirmi quel che legge – dissi a Gastone.

- Che te ne importa?

- Di che cosa vuoi parlarle allora?

- Lasciala in pace.

Ella si preparava ad andarsene, ma pareva   vergognarsi di fare cosi’ presto.

Uno dei boscaioli ci chiese, per derisione, e per farci sapere quello che avevano pensato fin da quando ci avevano visti: - Siete stanchi ?

Ma io, quantunque mi fossi accorto della loro intenzione, risposi: - Abbiamo anche sonno.

- Lo credo bene!

E rivolto ai suoi compagni prosegui’, con un riso da furbo: - Bisogna essere matti per andare in bici con un tempo simile!

E risero, per la seconda volta,tutti insieme con una insolenza quasi brutale.  Ci guardarono fissamente e qualcuno, per seguitare a ridere, chinò la testa.

La maestrina se ne andò senza salutare.

Gastone si era stizzito e volle da bere, ordinando naturalmente per due.

Cominciò cosi’ una delle nostre non rare libagioni  ed io cominciai a provare un senso di benessere e di calma, quasi di fiducia. Mi era piaciuto stare accanto a quella donna piuttosto bella, e senza sottintesi.

Dopo una mezz’ora, fumato tutto il pacchetto delle sigarette e usciti i boscaioli, andammo a dormire anche noi.

Disse Gastone: - Per fare la maestra in questi posti dovrebbero prendere una nata proprio qui. Non mandarcele da lontano, dalle città. E cosi’ per tutti gli altri paesi! Come vuoi che ci possa vivere? E perché sacrificare una persona che è cosi’ differente da quelle che ci trova e che ci vivono sempre ?

Una donna nata qui ci  vuole!

-       Bisognerebbe che fosse cosi’, ma queste cose le pensiamo noi stasera……. domani, a Brescia,

Non ce ne ricorderemo neanche.

Prima di entrare nella nostra camera c’era un piccolo atrio buio.  Ci accorgemmo  da un filo di luce che accanto a noi dormiva qualcuno. La luce usciva dalle spaccature di una porta.

La tentazione fu troppo forte. Trattenendo il respiro ci avvicinammo a spiare.

Era la camera della maestrina !

La vedemmo piangere sfogliando un libro, ma senza leggere.   

Ci vergognammo molto della nostra indiscrezione e, abbastanza

Mario Rodondi